L’involucro è di pietra, quella consumata dei borghi di collina, percorsi da tortuose salite e discese liberatorie che si squarciano all’improvviso sul verde accecante, assiepato intorno a perdita d’occhio. Anche il selciato è secolare, dagli strati che hanno assemblato, metro dopo metro, la via Aurelia che corre a valle, al sagrato della pieve solitaria che si erge più in alto, riportato alla sua antica pulizia romanica. Campiglia Marittima è un paese che non ha mai voltato le spalle al proprio passato, e che anzi, proprio nelle ultime stagioni ha voluto dare nuovo lustro a tesori che lo meritavano, facendo risplendere ciò che altrimenti avrebbe rischiato di scivolare nell’oblio.
E’ stato così per il restauro della pieve di San Giovanni Battista, un complesso monumentale che per la sua importanza si colloca nel panorama dell’architettura e dell’arte romanica europea. Il 24 giugno scorso, in coincidenza con la festività del santo, è stata inaugurata la restituzione ai cittadini della pieve dopo un anno e mezzo di lavori: un impegno per un milione e 200 mila euro finanziati da fondi europei e regionali, seguito passo passo dal comune con la collaborazione della Sovrintendenza ai Beni Architettonici di Pisa.
A Campiglia San Giovanni non significa solo una chiesa del XII secolo, ma anche un cimitero monumentale di quasi 500 tombe sui cui la pieve poggia, un piccolo borgo circostante riqualificato, una emergenza paesaggistica per la posizione che occupa, a dominio tra il mare e le colline della Val di Cornia.
Il paese ha accolto il monumento ritrovato con una festa, distribuendo mazzetti di spigo come vuole l’antica tradizione intitolata al Battista. E con una festa si è svolta anche, a fine gennaio, l’inaugurazione del recuperato mausoleo di Caio Trebazio a Venturina, la più aurea testimonianza, nella zona, dell’età augustea: un monumento funebre fatto erigere nel I sec.d.C. da un membro della nobile Gens Trebatia con splendore di marmi e stucchi, anche se oggi ne rimane solo la struttura spoglia di rivestimenti.
Eppure questo involucro antico ha ripreso vita grazie a un cuore nuovo, anzi nuovissimo: quello dei bambini di una quarta elementare che due anni fa ebbero l’idea di partecipare al concorso della Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno “Alla scoperta di vecchi tesori”. L’idea che proposero vinse il primo premio, e un finanziamento a favore del comune per risistemare l’area su cui sorge il monumento. Sono stati ancora i giovanissimi studenti ad avanzare idee per attirare i turisti verso il mausoleo, orgogliosi di farlo scoprire anche agli altri dopo aver imparato a conoscerlo e ad amarlo loro stessi.
Il desiderio di valorizzare tutto quello che c’è, mostrare il bello e, quando possibile, rivestirlo di nuovo, è ciò che ha ispirato anche il progetto delle due opere murali che decorano da pochi mesi le pareti del palazzo comunale, una delle quali affaccia direttamente sulla piazza del paese. Una vera scenografia urbana, mirata a vestire d’arte il cuore del borgo con qualcosa che lasci tracce anche nel futuro. “Le strade del sole”, pittura murale di sei metri per tre inaugurata a novembre, può essere il biglietto da visita di Campiglia Marittima, un grande paesaggio immaginario che riassume tratti, forme e colori di un paese inserito tra la collina e il mare.
A realizzarlo sono state mani giovani, quelle degli studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze. Oltre a fare più bella la città e investire sul patrimonio dei talenti in formazione, il lavoro intorno a “Le strade del sole” e “Comunicazioni” (l’altro grande affresco all’interno del palazzo comunale) ha in comune con il recupero del mausoleo e della pieve un’idea di fondo, l’idea che l’arte e la cultura possono essere il ‘petrolio’, il motore, talvolta decisivo, dei piccoli centri. Un luogo che sa valorizzare quanto possiede diventa bello da vivere e da visitare; è proprio la bellezza, insieme alla cura nel custodire le eredità, che – lungi dall’essere intesa come qualcosa di superfluo - può trasformarsi in risorsa primaria, soprattutto in tempi difficili.
Le due opere murali hanno gettato anche un altro seme, più invisibile, destinato a dare frutti nel tempo. Le fasi della lavorazione artistica sono state seguite in diretta dai bambini delle scuole, così che i piccoli che oggi hanno visto con i loro occhi, da grandi potranno raccontare come quelle opere sono nate. E’ proprio ciò che si dice tramandare, ovvero mantenere accesa la fiamma della memoria e dell’attenzione all’interno di ciò che il passato lascia in dono, che solo così può trovare la sua sorte migliore: rinnovarsi.
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