Un terzo del prodotto italiano venduto nel mondo tanto italiano non è: un giro d’affari da sessanta miliardi di euro l’anno. I prodotti toscani e italiani hanno fama e fortuna oltre i confini nazionali. Sono marchi ambiti. Ma tante sono le sofisticazioni e mistificazioni di prodotti venduti come italiani, che italiani sembrano ma italiani nei fatti non sono. Al massimo trasformati in Italia, transitati dall’Italia per qualche settimana; a volte neppure quello.
Di valorizzazione di prodotti agroalimentari e difesa dei marchi di qualità si è parlato a Roccastrada nel convegno organizzato dal comune, che ha concluso l’ottava edizione della due giorni regionale dedicata ai toscani nel mondo. Una tavola rotonda con politici, rappresentanti di categoria e imprenditori, per capire come i toscani all’estero possono diventare ambasciatori e controllori dei prodotti di qualità nostrani.
“Siamo vissuti nel mondo come la terra del buon vivere – ha ricorda l’assessore regionale all’agricoltura Gianni Salvadori – conosciuti per uno stile di vita che stiamo lentamente perdendo ma che invece dobbiamo mantenere. E’ parte della nostra forza. Ma per vincere ed essere competitivi sul mercato serve anche altro”.
“Sigle come Doc, Docg o Igt dicono poco all’estero – sostiene l’assessore – Dobbiamo fare sistema, altrimenti la battaglia è persa e si creano solo piccole nicchie che non servono all’economia della regione. Serve un marchio ombrello toscano, evocativo, che non azzeri Doc e Docg certo, ma capace di vincere i mille campanili e le mille guerre toscane”.
Soprattutto, aggiunge, vanno tracciati i prodotti nell’etichetta. Una ricetta, ammette lo stesso assessore, semplice e complicatissima allo stesso tempo. Ma senza obblighi di legge, “perché l’Unione europea ci bloccherebbe subito”. Il primo passo: creare strutture che inizino a certificare i prodotti.